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S.Alessio, 2002



 
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R0M

Luigi Buchignani

 

Vittorio sfrecciò davanti al bar, al galoppo della vespina 50, lasciandosi dietro un fumaccio nero e un odore di benzina. Il motore non carburava ammodo; bisognava che la facesse guardare, ma quello non era il momento.

Quel mattino, come tutti gli altri, Vittorio aveva tanto da fare: le giornate gli ci volevano di trenta ore e ogni ora di 100 minuti e ogni minuto di 100 secondi. - Dove andrà così di corsa? - Romana scosse la testa dietro la svaporante Faema, pensando in cuor suo a quell'uomo, cui il Signore aveva preso il figlio appena 4 mesi prima, incastrato tra i respingenti di un treno merci nello scalo di Campaldo.

Con una punta di invidia, pensò al coraggio di Vittorio, che non si era ancora arreso al dolore, e ora meno che mai: continuava a lavorare e lavorare sodo. Ma io lo so che ogni tanto si fermava a piangere, e piangeva forte, e poi si asciugava il viso, e tornava a lavorare. Sfrecciò come il vento, dileguandosi all 'orizzonte, immerso nel verde dei campi di granturco, e sparì oltre la cunetta in lontananza, sotto uno stupendo cielo d'estate, portandosi dietro il rombo e il puzzo di benzina. Vittorio correva nei campi vicino al fiume, dove il granturco frusciava leggero, verde sotto il cielo azzurro, cullato da un vento morbido e caldo. Si fermò sul ciglio della strada, e qui lasciò la vespina scarcassata. Tirò fuori dal piccolo scooter un sacchetto di plastica con due mele rosse e un pezzo di pane. Doveva sfrondare le cime dei pioppi ancora piccoli nel campo vicino a quello del granturco, e dopo quello, sarebbe e volato di nuovo a casa per partire col trattore, e poi, dopo il trattore, a segare l'erba. E poi... e poi...
Era così. Erano così le giornate di Vittorio, quelle calme e tranquille. Quelle agitate non si farebbe a tempo a raccontarle.

Lavorò di buona lena con la falce. Si fermò cinque minuti per mangiare le due mele col pane e per piangere. E poi ricominciò con le lunghe braccia che si allunga vano verso le fronde degli alberi.
La falce si agitava tra i rami con un ritmo regolare, articolato, il suo respiro cadenzato soltanto indicava un leggero affanno.
Il sudore scivolava dalla fronte lungo la barba brizzolata e, dalle sopracciglia, negli occhi, procurandogli bruciore. Le mosche lo infastidivano, ma in meno di due ore fece tutto quanto si era proposto di fare. E forse anche di più, per cui, complimentandosi con se stesso, giudicò che gli rimaneva del tempo per leggere il giornale che aveva nello scooter: magari anche solo i titoli più grossi.
E poi era quasi mezzogiorno e dieci minuti al fresco non gli potevano che fare bene, all'ombra del granturco; dieci minuti. Tutto calcolato: il tempo di leggere la testata, rimandando la lettura minuta del giornale a dopo pranzo.

Mise la falce nel sacchetto ormai vuoto, si voltò a guardare il lavoro fatto con una punta di orgoglio e si avviò alla vespa.
Arrivato che fu sul passo, si guardò a destra e a sinistra. E poi ancora da sinistra a destra. La vespa non c'era più. Vittorio trasalì di stupore. "Ma l'ho lasciata qui " pensava forte, ragionando, ripercorrendo i movimenti che aveva fatto. Non c'era dubbio: la vespa era stata messa là, ma era stata rubata.
Ma come? Rubata!? - Ma si!, rubata. - disse forte a se stesso.
A questo punto davanti a Vittorio si accese uno di quei lampi che si accendono una sola volta: o ti fai illuminare subito o rimani al buio. Vittorio catturò quella luce come un flash :- gli zingari!, altro che loro non so proprio chi può essere! - I Rom.
Senza nemmeno aspettare di ghiacciare il sudore, di corsa scavalcò l'argine del fiume, correndo, con la gamba sinistra che gli faceva male.
Di là a circa un chilometro, c'era il campo momadi. Il suo respiro non si era ancora rallentato dalle grandi falciate in aria che già ritornava affannato dal correre.

Si chiese per un attimo se forse conveniva denunciare il furto, ma fu un ipotesi che scartò subito.
Il suo istinto lo portava direttamente dove sapeva essere la vespina.
Al campo Rom si videro arrivare in lontananza un "Gesù Cristo" con un sacchetto in mano. Il sudore gli inondava il viso e le vesti, lo sguardo intriso di dolore, il respiro faticoso, la lunga barba inumidita gli arrivava fino al costato, la camicia sbrindellata davanti, lasciava intravedere le costole magre.
Era Cristo che voleva la sua vespina; non era Vittorio! La vespina che era stata di suo figlio.
Era Cristo tra i Giudei.
Stava pensando alle parole da dire. Lui che con le parole ci sapeva fare,questa volta provava fatica a coniugarle.
Ma si avvicinava e avrebbe affrontato anche il Diavolo pur di riavere ciò che lo congiungeva ancora materialmente al figlio.
Rallentò il passo quando fu nel mezzo del campo e indietro non poteva tornare. Si trovò perso fra le roulottes, pozzanghere e panni appesi a dei fili tirati da un'auto all'altra, fra i ragazzini sudici che urlavano giocando e che gli furono intorno più curiosi che preoccupati.
A un tavolo fuori, vicino ad una roulotte, un gruppetto di gente stava mangiando. Continuavano a guardarlo con lo stupore negli occhi, e intanto masticavano. Guardavano e masticavano.
Il respiro di Vittorio si era fatto più affannoso.
- Buongiorno, buongiorno - cominciò a dire arrestandosi a sette, otto metri da loro.
Una vecchia, a capotavola, gli fece cenno di avvicinarsi, continuando a mangiare. Vittorio non esitò,studiando in cuor suo un qualche artificio linguistico, cercando di riorganìzzare la sua eloquenza verbale, ma non gli venne altro che un - mi scusi signora -.
La donna ripeté l'invito.
I bambini si stropicciavano il naso moccioso, guardandolo divertiti.
La vecchia lo fissava con due occhi fermi, la pelle scura, il corpo maestoso.
Tutto il campo nomadi stava facendo cerchio intorno al tavolo guardandolo.
Ma Vittorio sapeva improvvisare, e sapeva stupire. Anni prima a un tizio che gli tagliò le gomme dell'auto per dispetto, lo affrontò regalandogli un cesto di mele.
Questo sapeva essere Vittorio: un cocktail confuso di raziocinio e sentimento, di sorriso e di pianto. Parlò fermandosi davanti al grande tavolo, non nascondendo l'affanno della corsa.

- Gentile signora - fece - io vorrei parlare col capo, con la guida di questo accampamento. -La donna si pulì le mani da un pezzo di polenta fritta, bevve un sorso di vino. Poi si consultò con lo sguardo con il vicino che fece un movimento di ciglia coma a dire - ma si, lasciamolo parlare - - Volevo dire - proseguì Vittorio, rimanendo in piedi con le mani ora ai fianchi, ora giunte di dietro - che mezzora- fa io stavo lavorando in un campo qua vicino e che qualcuno ha rubato la mia vespina.
- Che vorresti dire? - fece uno zingaro grosso con due basettoni e il sigaro in bocca. La vecchia gli fece cenno di tacere.
Vittorio proseguì sfoggiando una diplomazia da astuto politico.
- No, ecco, magari pensavo che fosse piaciuta a qualche ragazzo dei vostri, così ... per gioco l'abbia presa, per farci un giro! -
E poi, ancora prima che la donna potesse parlare, proseguì dolcemente.
- Vede, quella vespa, signora, quella vespa per me ha un valore affettivo.
- Perchè? - chiese la vecchia facendogli segno di accomodarsi, al che Vittorio si rilassò, riacquistando il pieno controllo della situazione.
Intorno si era fatto un silenzio rispettoso.
- Si; apparteneva a mio figlio; anche il giubbotto che è all'interno. Vede ... - disse, con la voce rotta da un singhiozzo mascherato da un rantolo di tosse, - mio figlio è morto in un incidente ferroviario. (uno zingaro in prima fila istintivamente si tolse il cappello) Ora, lo so che è brutta, mezza rotta, ma, per me, andare con lei è un po' come se mio figlio mi fosse vicino. -La vecchia gli allungò un bicchiere, visibilmente turbata.
- Io vi chiedo - continuò Vittorio - se qualche suo ragazzo si fosse divertito a farci un giro di riportarmela. Guardi le lascio 50.000 lire ..! -
- Dimmi dell'incidente - lo interruppe la zingara. All'ombra degli alti pioppi, seduto ormai al tavolo, con tutti i diritti di un ospite, Vittorio raccontava: le parole venivano da sole. Non pensava più alla vespa, si lasciava trasportare dall'emozione. Un nodo in gola strozzava le sue parole.
Disse tutto: di quella sera di febbraio, dell'incidente del figlio, di quello che aveva sofferto e fatto soffrire. E strizzava le lacrime negli occhi. La donna si era commossa. Gli altri Rom ascoltavano in silenzio.
Vittorio concluse il racconto schiarendosi la voce con un colpo di tosse.
- Guardi - disse infine - queste sono le 50.000 lire che le avevo detto; ma per cortesia ...
- Bevi, bevi un goccio, barba e assaggia; su, via -replicò la vecchia riempiendogli ancora il bicchiere. Gli offrirono la polenta fritta e il vino. Vittorio mangiò e intanto curiosava d'intorno, come era naturale in lui, chiedendo alla vecchia - quello chi è? -
- E' mio figlio. -
- E quello? -
- Il mio uomo. -
- E quello? -
- Il figlio di mio figlio. -Vittorio raccontò un po' della sua vita, ormai tranquillo. Sapeva che non gli avrebbero fatto sgarbi, né tanto meno del male.

Infine la vecchia chiamò un giovincello che le andò vicino correndo.
Lo fece chinare all'altezza della bocca e gli disse piano qualcosa in una lingua che Vittorio non comprese. La zingara poi continuò a parlare, distraendolo di nuovo, mentre aveva già fatto conoscenza con tutta quella grande famiglia.
Lui chiedeva loro della loro vita, loro chiedevano della sua. Si era stabilito un clima magico di serenità. A un certo punto, dietro una roulotte, spuntò una vespaccia rombante.
Da lontano pareva un moscone, ma per gli orecchi di Vittorio fu musica, e di quella classica.
In un batter d'occhio il giovincello di prima frullò davanti a lui con lo scooter.
Vittorio, piangeva, abbracciava la vecchia. Poi rideva, piangeva di nuovo e diceva - Grazie -
- Vai barba e torna a trovarci - faceva la zingara.
- Prendi le 50.000 lire - diceva lui, - vai barba, hai già sofferto anche troppo, vai tranquillo e torna a trovarci. -
- Ti porterò un coniglio da mangiare. - urlava lui mentre indossava il giubbottino di nylon, - vai, vai. -continuava la donna.
Vittorio scappò via in una nuvola di polvere, lasciandosi dietro quel puzzo di benzina.
- Quella vespa non va bene ... ha bisogno di un meccanico. - fece la vecchia zingara guardando lo scooter che si allontanava.
- E forse ... anche quell'uomo ... ha bisogno di un buon meccanico. -

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